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Favole

Il tesoro e l'arcobaleno »
C’era una volta una Fragolina che non voleva assolutamente uscire quando pioveva.
«Coraggio » disse un giorno la mamma. «L'acqua ti fa bene. Ti fa crescere forte e sana.»
«Ma io non voglio crescere!»
«Vedrai che è bello invece, anche perché in giornate come queste potrai lasciare la tua firma nel cielo. E inoltre passeggiando incontrerai tanti amici».
Fragolina, incuriosita, decise di uscire e, cammina cammina, arrivò a un gruppo di cespugli. 
«Io sono più blu!». «No, io!». Erano Mirtillo e Mora, nel pieno di un litigio.
«Ciao! Sono Fragolina, e passeggio per cercare amici! Volete venire con me?»
Mirtillo e Mora rimasero sbalorditi, ma decisero di seguirla per scoprire se erano i più blu del mondo.
Cammina cammina, arrivarono sotto una vite. 
«Ehi voi laggiù, sono qui, guardate in su!» disse una vocina.
Appeso a un tralcio, c’era un bellissimo Grappolo d’uva.
«Noi siamo più blu di te!» esclamarono Mora e Mirtillo in coro.
«Non li ascoltare » disse Fragolina. «Vuoi venire con noi a cercare amici?»
Grappolo saltò giù e si unì al gruppo.
Cammina cammina, si ritrovarono in un frutteto e sentirono due vocine discutere animatamente.
«Tu sei aspro!». «Certo, ma sono più bello!». Erano Limone e Arancia.
«Non litigate e venite con noi.» disse Fragolina.
La pioggia cominciò a diminuire.
Cammina cammina, arrivarono sotto un melo enorme e sentirono piangere.
«Ciao Mela! Perché piangi?» urlò Fragolina. 
«Vorrei venire a giocare ma ho paura di saltare giù!» 
«Non ti preoccupare, ti aiutiamo noi!»
«Secondo me finiamo macedonia!» protestò Limone.
Mela si fidò, i suoi nuovi amici la presero e arrivò a terra sana e salva.
In quel momento la pioggia smise di scendere e si sentì una risata. I frutti si girarono e videro un piccolo omino seduto su una pentola piena d’oro.
«Tu chi sei?» chiese Fragolina. 
«Sono un leprecano!»
«Wow! Quello che custodisce la pentola piena d’oro?» chiesero in coro i piccoli amici stupefatti.
«Sì, ma questo non è vero oro! Il vero tesoro è quello che avete costruito voi, una bellissima amicizia!»
«Penso proprio che siate pronti per lasciare la vostra firma nel cielo!» disse l’omino invitandoli a entrare nel pentolone.
Dentro c’era una scala che saliva fino a sette lunghissimi scivoli trasparenti.
I sette amici si arrampicarono e poi si buttarono tutti insieme. Fu così che lasciarono la loro firma nel cielo: un bellissimo arcobaleno.
La principessa che aveva paura della frutta »

C'era una volta una principessa. In passato aveva vissuto una brutta esperienza: la matrigna, invidiosa della sua bellezza, aveva cercato di ucciderla con una mela stregata. Solo grazie al Principe Azzurro si salvò. Come dite, la conoscete? Certo, è la famosa Biancaneve!

Dopo il “vissero per sempre felici e contenti” sembrava tutto perfetto: la matrigna era stata punita, Biancaneve e il principe si erano sposati e vivevano in un bel castello insieme ai Sette Nani.

Ma la principessa si svegliava di soprassalto ogni notte in preda a incubi terribili: si strozzava con un pezzo di mela, veniva inseguita da un'orribile mela assassina...

La sua paura delle mele si aggravava sempre più, finché un giorno decise di bandire dal regno addirittura tutta la frutta! Incaricò i Sette Nani di strappare dagli alberi del regno tutti i frutti e non lasciarne nemmeno uno in circolazione.

Pensavano di aver risolto il problema, ma ne sorse un altro! Il principe Azzurro infatti, col passare del tempo, si stava spegnendo, perché senza i colori della frutta i pasti si facevano troppo monotoni e gli rovinavano l'umore. Decise così di indire un bando: 100 monete d'oro a chi avesse trovato il modo di far accettare la frutta a Biancaneve! Diffusasi la notizia, iniziò ad arrivare a corte da ogni dove uno stuolo di contendenti. Chi portò una ciliegia, ma aveva lo stesso colore della mela stregata. Chi una susina, ma ricordava il vestito della matrigna cattiva. Chi presentò una pesca, ma Biancaneve, che era un po' miope, la scambiò per una mela, e svenne.

Qualcuno tentò con la frutta esotica: ananas, mango, papaia...niente da fare! Con la lentezza dei mezzi di trasporto di allora, i frutti, che venivano da paesi lontani, arrivavano un po' marci e tutt'altro che invitanti!

Qualcun altro inventò elaborate composizioni, ma Biancaneve, che scappava alla vista di una sola mela, figuriamoci come reagiva di fronte a un intero vassoio traboccante di frutta!

La notizia giunse a fata Zuccherina, che si rattristò molto. Chiamò a raccolta i suoi amici uccellini e li mandò a cercare della frutta, impresa assai ardua perché i Sette Nani l'avevano eliminata tutta. Era rimasto solo un albicocco che aveva, sul ramo più alto, qualche piccolo frutto (sfuggito a Cucciolo che neanche con la scala era arrivato fin lassù!).

Gli uccellini li colsero e li portarono alla fata che con un tocco della sua bacchetta (un cucchiaio di legno) e un po' di polvere magica (zucchero), trasformò le belle albicocche in buona marmellata, sconosciuta in quella regione.

La fata Zuccherina si recò a corte e porse a Biancaneve il suo bel vasetto: “Questa è marmellata di albicocca: mantiene il colore e il profumo della frutta, ma non la forma. E' così morbida che non può strozzarvi, né farvi alcun male!”. Biancaneve, incuriosita, assaggiò la marmellata e ne fu conquistata! Zuccherina si aggiudicò il premio e promise una bella fornitura di marmellata di tutti i gusti, non appena fosse maturata nuova frutta. Da quel dì Biancaneve e il principe mangiarono sempre fette biscottate e marmellata a colazione. I Sette Nani invece la spalmavano sul pane. E per dolce, crostata per tutti! 

Pinocchio »
C'era una volta un falegname di nome Geppetto. Aveva costruito un burattino di legno e l'aveva chiamato Pinocchio. "Come sarebbe bello se fosse un bambino vero!" sospirò quando finì di dipingerlo. Quella notte, una buona fatina esaudì il suo desiderio. "Destati, legno inanimato, la vita io ti ho donato!" esclamò toccando Pinocchio con la bacchetta magica. "Pinocchio, dimostrati bravo, coraggioso, disinteressato," disse la Fata, "e un giorno sarai un bambino vero!" Poi, rivolta al Grillo Parlante: "Io ti nomino guida e consigliere di Pinocchio," aggiunse prima di svanire tra mille bagliori di luce. Figurarsi la gioia di Geppetto quando scoprì che il suo omettino di legno poteva muoversi e parlare! La mattina dopo lo mandò a scuola. "Addio figliolo, torna presto!" Pinocchio, disubbidiente, andò invece da Mangiafuoco, un burattinaio che promise di renderlo famoso. Si divertì molto a cantare e ballare con le altre marionette. Ma, finito lo spettacolo, Mangiafuoco lo chiuse in una gabbia. All'improvviso, ecco apparire la Fata Azzurra: "Perchè non sei andato a scuola?" gli chiese. Pinocchio rispose con una bugia e subito il suo naso cominciò a crescere... Solo quando disse la verità, la Fata lo liberò e il naso ritornò normale. Tornando a casa, Pinocchio vide una diligenza carica di ragazzi festanti. Il postiglione gli disse che era diretta al Paese dei Balocchi, dove i bambini potevano fare tutto quello che volevano. "Pinocchio, torna indietro!" lo rincorse il Grillo. Ma il burattino non lo ascoltò. Lì Pinocchio fece amicizia con Lucignolo: i due mangiavano dolci a più non posso e si divertivano moltissimo. Ma ben presto scoprirono che i ragazzi svogliati e maleducati che finivano in quel paese venivano tramutati in asinelli. Quando anche a lui spuntarono due orecchie lunghe e la coda, Pinocchio scappò disperato, seguito dal fedele amico Grillo. Insieme, tornarono poi alla casa di Geppetto, ma non trovarono nessuno. "Chissà che cosa gli sarà accaduto!" In quel momento, una colomba portò loro un messaggio: Geppetto, mentre cercava Pinocchio, era stato inghiottito da una balena e adesso era suo prigioniero. "Voglio salvarlo!" decise il burattino. Giunto al mare, si tuffò e sul fondo trovò il babbo nella pancia della balena. Ma come uscire di là? Accesero allora un gran fuoco: il fumo fece starnutire la balena, che spalancò la bocca. Pinocchio e Geppetto scapparono su una zattera. Il burattino aiutò il suo babbo a nuotare in mezzo alle altre onde: giunti a riva però, per il grande sforzo svenne. Addolorato, Geppetto lo portò a casa. Ma la Fata risvegliò Pinocchio e, come promesso, premiò il suo coraggio e la sua bontà trasformandolo in un bimbo vero!
Cenerentola »
C'era una volta, in un paese lontano, un gentiluomo vedovo che viveva in una bella casa con la sua unica figlia.
Egli donava alla sua adorata bambina qualsiasi cosa ella desiderasse: bei vestiti, un cucciolo, un cavallo..... Tuttavia capiva che la piccola aveva bisogno delle cure di una madre. così si risposò, scegliendo una donna che aveva due figlie giovani, le quali, egli sperava, sarebbero diventate compagne di giochi della sua bambina. Sfortunatamente, il buon uomo morì poco tempo dopo, ed allora la matrigna mostrò la sua vera natura.
Era dura e fredda, e profondamente invidiosa della dolcezza e bontà della sua figliastra, perché queste qualità facevano per contrasto apparire le sue due figlie, Anastasia e Genoveffa, ancor più meschine e brutte. Le sorellastre andavano riccamente vestite, mentre la povera ragazza era costretta ad indossare un vestito semplice e grossolano, ed un grembiule, e a compiere in casa tutti i lavori più pesanti. Si alzava prima dell'alba, andava a prender l'acqua, accendeva il fuoco, cucinava, lavava e puliva i pavimenti.
Quando aveva finito di sbrigare tutti i lavori, per riscaldarsi era solita sedersi vicino al camino accanto al carbone ed alla cenere. Perciò cominciarono a chiamarla Cenerentola. La matrigna e le sorellastre dormivano in belle stanze, mentre la piccola camera di Cenerentola era in soffitta, proprio sotto il tetto della casa, deve vivevano dozzine di topi. Nonostante tutto questo, Cenerentola rimase gentile e cortese, sognando che un bel giorno la felicità sarebbe arrivata. Fece amicizia con gli uccelli che la svegliavano tutte le mattine.
Fece anche amicizia con i topi con cui divideva la soffitta, diede a ciascuno un nome, e cucì loro dei minuscoli vestiti e cappelli. I topi amavano Cenerentola e le erano grati, perché talvolta li liberava da una trappola o li salvava da Lucifero, il malizioso gatto della matrigna.
Ogni mattina, Cenerentola, preparava la colazione per tutti gli abitanti della casa: una scodella di latte per il gatto, un osso per il cane, avena per il suo vecchio cavallo, granoturco e frumento per le galline, le oche e le anitre del cortile. Poi portava al piano di sopra i vassoi della colazione per la matrigna e le sorellastre Anastasia e Genoveffa. "Prendi questa roba da stirare e riportala entro un'ora" ordinava Genoveffa.
"Non dimenticare il mio rammendo, e non impiegare tutto il giorno a finirlo!" la rimproverava Anastasia. "Stendi il bucato e vai avanti col tuo lavoro" ordinava la matrigna
"Batti il grande tappeto della sala, lava le finestre, pulisci la tappezzeria!" "Si Genoveffa. Si Anastasia. Si mamma" rispondeva Cenerentola mettendosi al lavoro di buona lena. Dall'altra parte della città c'era il palazzo reale. Un giorno il re convocò il granduca Monocolao e gli disse: "E' tempo che il principe prenda moglie e si sistemi!" "Ma vostra Maestà" rispose il duca " deve prima trovare una ragazza ed innamorarsi!" "Hai ragione" ammise il re. "Daremo un ballo ed inviteremo tutte le fanciulle del reame. Dovrà per forza innamorarsi d'una di loro.
" Subito furono spediti gli inviti e il regale biglietto fu portato anche nella casa di Cenerentola.
"Un ballo! Un ballo! Andremo ad un ballo!" gridarono Anastasia e Genoveffa. "Anch'io sono invitata" disse Cenerentola. "C'è scritto: 'Per ordine del Re, ogni fanciulla dovrà partecipare!". Le sorellastre risero all'idea di Cenerentola che andava ad un ballo indossando il grembiule con una scopa in mano. Ma la matrigna, con un sorriso sornione, disse che Cenerentola sarebbe certamente potuta andare se avesse finito il suo lavoro e si fosse procurata un vestito decente da indossare. "Se....." rise Anastasia "Se....." sghignazzò Genoveffa. E venne il gran giorno. Fin dall'alba le sorellastre furono indaffarate a scegliere abiti, sottovesti ed ornamenti da mettere nei capelli, e non parlarono che del modo in cui si sarebbero vestite per il ballo. Nel frattempo Cenerentola fu tenuta più occupata del solito, perché dovette stirare le ampie gonne, sistemare le guarnizioni, annodare i nastri. Quando venne la carrozza a prendere la matrigna e le sorellastre, Cenerentola non aveva avuto neppure avuto il tempo di prepararsi. "Bene" disse la matrigna. "Allora non verrai. Che peccato!
Ma ci saranno altri balli!" Cenerentola salì tristemente le scale buie e si affacciò alla sua finestra illuminata dalla luna.
E guardò mesta il palazzo lontano che risplendeva di luci. All'improvviso, una candela venne accesa alle sue spalle. Cenerentola si voltò, e vide un bellissimo vestito da sera. L'avevano cucito per lei gli uccelli ed i topi suoi amici, e lo avevano decorato con pezzi di nastro e perline che avevano trovato in giro per la casa. In men che non si dica, Cenerentola indossò il vestito e corse giù per le scale, gridando: "Per favore, aspettate, vengo anch'io!" Anastasia e Genoveffa si girarono: com'era bella! L'invidia le accecò e... "Le mie perle!" gridò una. "Il mio nastro!" urlò un'altra e strapparono il vestito di Cenerentola. Poi, soddisfatte se ne andarono.
Disperata Cenerentola corse in giardino e singhiozzò: "E' proprio inutile.
Non c'è niente da fare!" Ma in quel momento da una nuvola di polvere di stelle uscì una donnina dalla faccia tonda, avvolta in un mantello con cappuccio. "Sciocchezze, figliola" disse con voce dolce. "Asciuga quelle lacrime: non vorrai andare al ballo in questo stato!". Cenerentola smise di piangere e chiese: "Chi siete?" "Sono la fata tua madrina e mi chiamo Smemorina" rispose lo strano personaggio. "Non abbiamo molto tempo a disposizione. Penso che per prima cosa tu abbia bisogno di una zucca." Cenerentola non capì il motivo, ma obbedì e raccolse una grossa zucca.
La fata agitò la sua bacchetta magica verso di essa, e cantò: "Salagadula, mencica bula, bibbidi-bobbidi-bu...." la zucca si alzò lentamente sul fusto, mentre i viticci arrotolandosi si trasformarono in ruote: in un attimo diventò una stupenda carrozza. "Ora" disse la fata "abbiamo bisogno di alcuni topi". Quattro piccoli amici di Cenerentola si presentarono di corsa, ed ancora una volta la fata cantò le parole magiche mentre toccava i topi con la sua bacchetta. I topolini furono trasformati in quattro cavalli grigi pomellati che furono subito attaccati alla carrozza. Poi la fata trasformò il vecchio cavallo di Cenerentola in un superbo cocchiere ed il cane Tobia in un elegante valletto. "Ed ora tocca a te, mia cara" disse la fata Smemorina, toccando Cenerentola con la sua bacchetta. Il vestito strappato diventò uno splendido abito di seta e da sotto la gonna spuntarono delle deliziose scarpette di cristallo, le più belle del mondo. Cenerentola non riusciva a parlare per l'emozione. La fata allora spinse la carrozza e le raccomandò di non rimanere al ballo dopo la mezzanotte: se fosse rimasta un solo minuto di più, la carrozza sarebbe ridiventata una zucca, i cavalli topolini, il cocchiere un vecchio cavallo ed il valletto un cane, e lei stessa si sarebbe ritrovata vestita di stracci. Cenerentola promise e partì felice verso il palazzo reale. Quando arrivò, il ballo era già iniziato, e il principe, con aria un pò annoiata, stava facendo l'inchino alle duecentodecima e duecentoundicesima damigella: le brutte sorellastre Anastasia e Genoveffa.
All'improvviso alzò lo sguardo e scorse all'ingresso la più bella fanciulla che avesse mai visto. Come trasognato piantò in asso le sorelle e si avvicinò a Cenerentola, la prese per mano e l'accompagnò nella grande sala, in mezzo a tutti. Per tutta la serata il figlio del re non ballò con nessun altra e non lasciò la sua mano un solo minuto. Le sorellastre e la matrigna non riconobbero Cenerentola e si rodevano d'invidia chiedendosi chi potesse essere la bella sconosciuta. Tutte le dame osservarono il suo abito e la sua pettinatura, e si ripromisero di copiarli il giorno seguente. Il vecchio re sorrideva soddisfatto: il principe aveva trovato la sposa dei suoi sogni.
Passarono le ore. Quando l'orologio del palazzo cominciò a battere la mezzanotte, Cenerentola ricordò la promessa. "Devo andare" gridò spaventata e, liberando la sua mano da quella del principe, attraversò il palazzo e scese di corsa lo scalone, inseguita dal principe e dal granduca. Una scarpetta di cristallo le si sfilò correndo, ma lei non si fermò finché non fu in carrozza. L'orologio stava ancora battendo l'ora quando la carrozza lasciò il palazzo di gran carriera: mentre oltrepassava il cancello, risuonò il dodicesimo rintocco: carrozza, cavalli, tutto sparì ed al loro posto comparvero una zucca, alcuni topolini, un cane, un vecchio cavallo e una fanciulla vestita di stracci. Tutto ciò che rimaneva di quella magica serata era la scarpetta di cristallo che brillava al piede di Cenerentola. Il mattino seguente, il figlio del re comunicò al padre che avrebbe sposato solo la fanciulla che aveva perso la scarpetta al ballo. Il granduca Monocolao fu incaricato di cercare la ragazza il cui piede entrasse perfettamente nella preziosa scarpetta. Il granduca provò la scarpetta a tutte le principesse, alle duchesse, alle marchese, a tutte le dame del regno, ma inutilmente.
Arrivò infine a casa di Cenerentola. La matrigna tutta eccitata, corse a svegliare le sue pigre figlie. "Non abbiamo un minuto da perdere" gridò. "C'è la possibilità che una di voi diventi la sposa del principe, se riuscirà a calzare la scarpetta di cristallo!" e le mandò giù di corsa dal duca, con la raccomandazione "Non deludetemi"! Poi seguì Cenerentola, che era andata in camera sua per rendersi presentabile al duca, e la chiuse dentro a chiave. Nessun'altra doveva poter approfittare di un'occasione tanto fortunata. Quando Cenerentola udì lo scatto della serratura, capì, troppo tardi, cos'era accaduto. "Per favore, vi prego, fatemi uscire!" implorò girando inutilmente la maniglia. La matrigna si mise in tasca la chiave e se ne andò sogghignando. Non si accorse però che due topolini la seguivano, senza mai perdere di vista la tasca in cui aveva messo la chiave. Nel frattempo Anastasia e Genoveffa stavano discutendo sopra la scarpetta di cristallo, e ciascuna affermava che era sua. La matrigna le osservò con attenzione mentre cercavano senza successo di far entrare i loro piedoni nella minuscola scarpetta. Non si accorse che i due topolini le sfilavano silenziosamente la chiave dalla tasca e se la portavano via.
Il granduca riprese la scarpetta alle due sorellastre immusonite e si avviò alla porta per andare nella casa seguente, quando Cenerentola, chiamò dalle scale: "Per favore Vostra Grazia, aspettate! Posso provare la scarpetta?" La matrigna tentò di sbarrarle il passo. "E' solo Cenerentola, la nostra sguattera." disse al duca, ma egli la spinse di lato. "Signora, i miei ordini sono: ogni fanciulla del regno!" La malvagia matrigna tentò un ultimo trucco. Fece lo sgambetto al servitore del duca che reggeva su un cuscino la scarpetta di cristallo: la preziosa scarpina cadde per terra frantumandosi in mille pezzi. "Oh è terribile!" gridò il duca. "Cosa dirà il Re?" Allora Cenerentola mise la mano nella tasca del grembiule. "Non preoccupatevi" disse "ho io l'altra scarpetta". Il duca gliela calzò, ed il piede naturalmente entrò senza fatica. Il quel momento apparve la fata Smemorina, che toccò Cenerentola con la bacchetta magica. E tutti poterono constatare che era proprio lei la bella sconosciuta che aveva conquistato il cuore del principe al ballo. Cenerentola fu accompagnata al palazzo reale con la carrozza del re. Là, fra grandi feste ed al suono di tutte le campane del reame, Cenerentola sposò il suo principe. E da quel giorno vissero felici e contenti.
Biancaneve e i sette nani »
C'era una volta una bella principessa di nome Biancaneve: aveva i capelli neri come l'ebano, la bocca rossa come una rosa e la carnagione bianca come la neve. La sua cattiva matrigna, la regina, possedeva uno specchio magico, a cui rivolgeva sempre la stessa domanda. "Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?" E sempre lo specchio rispondeva: "Sei tu
la più bella del reame!" Ma la regina, temendo che un giorno la bellezza della principessa superasse la sua, vestì la piccola di stracci. E la costrinse ai lavori più pesanti. Biancaneve, però era sempre allegra e cresceva più graziosa che mai. Così un giorno, lo specchio disse che era lei
la più bella delreame. Arrabbiatissima, la regina incaricò allora un cacciatore di ucciderla. Ma l'uomo non ne ebbe il coraggio: suggerì alla fanciulla di fuggire e non tornare mai più alla reggia.  Biancaneve corse via spaventata e si rifugiò nel bosco buio. Laggiù scorse una casetta. "E' permesso?" chiese, entrando. Non c'era nessuno. I proprietari erano sette nani del bosco: Dotto, Gongolo, Pisolo, Eolo, Brontolo, Mammolo e Cucciolo. Al loro ritorno, rimasero meravigliati nel trovare un'estranea in casa. "Sono Biancaneve," si presentò allora la principessa e raccontò la sua triste storia. I nanetti, commossi, l'invitarono a rimanere a vivere con loro. La fanciulla accettò felice. Ma la regina scoprì che Biancaneve era ancora viva! Grazie a un filtro 
magico, si trasformò in una strega e avvelenò una mela. Poi si recò nel bosco e, fingendosi una mendicante, offrì a Biancaneve la mela stregata. "Coraggio, dalle un morso!" Non appena la fanciulla l'ebbe assaggiata, per incantesimo, cadde in un sonno profondo. Intanto gli animali del bosco erano corsi ad avvertire i nani. "Eccola là!" esclamarono, vedendo la strega che si allontanava veloce. Mentre la inseguirono, scoppiò un terribile temporale. La malvagia regina si arrampicò fin sulla cima di un profondo burrone.

Proprio allora, un fulmine la fece precipitare dalla roccia. I nani decisero di costruire un'urna di
cristallo e oro, dove deposero Biancaneve. Finchè ungiorno passò di là un principe, che rimase
incantato dalla bellezza della giovane. Sceso da cavallo, la baciò. Quel bacio ruppe l'incantesimo e Biancaneve si svegliò. Che gioia per tutti! Biancaneve e il principe si sposarono e vissero sempre felici e contenti. 
La volpe e il corvo »
- Che fame! - esclamò la volpe, che era a digiuno da un paio di giorni e non trovava niente da mettere sotto i denti; girellando qua e là, capitò per caso in una vigna, piena di grappoli bruni e dorati
- Bella quell'uva! - disse allora la volpe, spiccando un primo balzo per cercare di afferrarne un grappolo. - Ma com'è alta! - e fece un altro salto. Più saltava e più le veniva fame: fece qualche passo indietro e prese la rincorsa: niente ancora! Non ce la faceva proprio. Quando si accorse che tutti i suoi sforzi non servivano a nulla e che, continuando così, avrebbe potuto farsi deridere da un gattino che se ne stava a sonnecchiare in cima alla pergola, esclamò:
- Che bruffa uva! È ancora acerba, e a me l'uva acerba non piace davvero!
E si allontanò di là con molta dignità, ma con una gran rabbia in cuore.
La volpe e l'uva »
- Che fame! - esclamò la volpe, che era a digiuno da un paio di giorni e non trovava niente da mettere sotto i denti; girellando qua e là, capitò per caso in una vigna, piena di grappoli bruni e dorati
- Bella quell'uva! - disse allora la volpe, spiccando un primo balzo per cercare di afferrarne un grappolo. - Ma com'è alta! - e fece un altro salto. Più saltava e più le veniva fame: fece qualche passo indietro e prese la rincorsa: niente ancora! Non ce la faceva proprio. Quando si accorse che tutti i suoi sforzi non servivano a nulla e che, continuando così, avrebbe potuto farsi deridere da un gattino che se ne stava a sonnecchiare in cima alla pergola, esclamò:
- Che bruffa uva! È ancora acerba, e a me l'uva acerba non piace davvero!
E si allontanò di là con molta dignità, ma con una gran rabbia in cuore.
La volpe e il caprone »
Una volpe era caduta in un pozzo e non poteva più uscirne. Un caprone assetato viene allo stesso pozzo guarda dentro e la vede: - E' buona quest'acqua? Era la fortuna inattesa. - Se è buona! Scendi giù, amico mio! Scendi: è una delizia!

E quello stordito si caccia giù e beve sino a saziarsene. Quando ebbe bevuto, si guardò intorno. - E ora come si fa a risalire?

- Già, è un affaraccio; ma c'è un modo di salvare te e me. Guarda: tu appoggi i piedi davanti, così, in alto, contro il muro, e rizzi le corna; io m'arrampico e poi ti tiro su. Va bene?

- Facciamo pure così rispose quel bonaccione; e così fece.

La volpe, saltando lesta lungo le gambe, le spalle e le corna del suo compagno, si trovò subito al collo del pozzo; e già se ne andava.

- Ohé, - gridò il malcapitato - te ne vai? E così mi tradisci?

La volpe si rivoltò verso di lui : - Se tu avessi tanti ragionamenti nella testa quanti hai peli sotto il mento non saresti sceso giù, prima d'aver pensato al modo di risalire.
Cappuccetto rosso »
C’era una volta una dolce bimbetta; solo a vederla le volevan tutti bene, e specialmente la nonna che non sapeva più che cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e poiché‚ le donava tanto, ed ella non voleva portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso. Un giorno sua madre le disse: “Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Sii gentile, salutala per me, e va’ da brava senza uscire di strada, se no cadi, rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote.”

“Sì, farò tutto per bene,” promise Cappuccetto Rosso alla mamma, e le diede la mano. Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. Quando Cappuccetto Rosso giunse nel bosco, incontrò il lupo, ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura. “Buon giorno, Cappuccetto Rosso,” disse questo. “Grazie, lupo.” - “Dove vai così presto, Cappuccetto Rosso?” - “Dalla nonna.” - “Che cos’hai sotto il grembiule?” - “Vino e focaccia per la nonna debole e vecchia; ieri abbiamo cotto il pane, così la rinforzerà!” - “Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?” - “A un buon quarto d’ora da qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c’è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già,” disse Cappuccetto Rosso. Il lupo pensò fra s’: Questa bimba tenerella è un buon boccone prelibato per te, devi far in modo di acchiapparla. Fece un pezzetto di strada con Cappuccetto Rosso, poi disse: “Guarda un po’ quanti bei fiori ci sono nel bosco, Cappuccetto Rosso; perché‚ non ti guardi attorno? Credo che tu non senta neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne stai tutta seria come se andassi a scuola, ed è così allegro nel bosco!”

Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi del sole filtrare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: Se porto alla nonna un mazzo di fiori, le farà piacere; è così presto che arrivo ancora in tempo. E corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno ancora più bello, correva lì e così si addentrava sempre più nel bosco. Il lupo invece andò dritto alla casa della nonna e bussò alla porta. “Chi è?” - “Cappuccetto Rosso, ti porto vino e focaccia; aprimi.” - “Non hai che da alzare il saliscendi,” gridò la nonna, “io sono troppo debole e non posso alzarmi.” Il lupo alzò il saliscendi, entrò, e senza dir motto andò dritto al letto della nonna e la inghiottì. Poi indossò i suoi vestiti e la cuffia, si coricò nel letto, e tirò le cortine.

Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando ne ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e si mise in cammino per andare da lei. Quando giunse si meravigliò che la porta fosse spalancata, ed entrando nella stanza ebbe un’impressione così strana che pensò: “Oh, Dio mio, che paura oggi! e dire che di solito sto così volentieri con la nonna!” Allora si avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata con la cuffia abbassata sulla faccia, e aveva un aspetto strano. “Oh, nonna, che orecchie grandi!” - “Per sentirti meglio.” - “Oh, nonna, che occhi grossi!” - “Per vederti meglio.” - “Oh, nonna, che mani grandi!” - “Per afferrarti meglio.” - “Ma, nonna, che bocca spaventosa!” - “Per divorarti meglio!” E come ebbe detto queste parole, il lupo balzò dal letto e ingoiò la povera Cappuccetto Rosso.

Poi, con la pancia bella piena, si rimise a letto, s’addormentò e incominciò a russare sonoramente. Proprio allora passò lì davanti il cacciatore e pensò fra s’: “Come russa la vecchia! devi darle un’occhiata se ha bisogno di qualcosa.” Entrò nella stanza e avvicinandosi al letto vide il lupo che egli cercava da tempo. Stava per puntare lo schioppo quando gli venne in mente che forse il lupo aveva ingoiato la nonna e che poteva ancora salvarla. Così non sparò, ma prese un paio di forbici e aprì la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando: “Che paura ho avuto! Era così buio nella pancia del lupo!” Poi venne fuori anche la nonna ancora viva. E Cappuccetto Rosso andò prendere dei gran pietroni con cui riempirono il ventre del lupo; quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano così pesanti che subito cadde a terra e morì.

Erano contenti tutti e tre: il cacciatore prese la pelle del lupo, la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che le aveva portato Cappuccetto Rosso; e Cappuccetto Rosso pensava fra s’: “Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te lo ha proibito.”

Gnam

Filetto al Madera »
Un filo d'olio in padella fatelo scaldare secondo i canoni di un olio che deve scaldare al fornello. Insaporite la carne ancora cruda con generosa manciata di pepe e diluite la fecola nel brodo, quindi adagiate la carne nel condimento e fatela cuocere nel brodetto a fuoco vivo per circa un minuto, poi a fuoco più basso continuate a cuocere per altri cinque minuti. Salatela e toglietela dal recipiente e versatela nel brodetto dentro il quale sicuro ci avete sciolto la fecola ed il Madera regolando sale e pepe per qualche minuto mescolando continuamente di modo che addensi leggermente; versate abbondante e subito sul filetto e servitelo al volo caldo caldo con vino rosso delle Valli. Continua...
Entrecòte con salsa bearnaise »
Lasciate che una o due griglie arroventino sul fuoco e nel frattempo ungete e pepate le due belle fettone di carne e adagiatele sulle griglie caldissime; lasciate che il fuco resti vivo un minuto per parte; ad un certo punto abbassate la fiamma ed iniziate una cottura più lenta per altri soli cinque minuti con una spennellata d'olio d'oliva di tanto in tanto. Guarnite col caviale rosso o nero l'entrecòte e presentate in tavola con tutta la sua doppiezza; ogni commensale provvederà da sé a tagliarsi la fettina che gradirà servendosi di un coltello affilatissimo seguendo il verso delle fibre. A piacere ognuno aggiungerà la nòccola di salsa bearnaise che vorrà, lasciate accompagnare col del buon rosso corposo d'annata frizzante. Continua...
Scorzanera in salsa »
Mettete sul fornello grande una casseruola con due litri d'acqua salata e acidulata con del succo di limone nella quale sarete andati a scioglierci senza far grumi una generosa cucchiaiata di farina. Mondate la scorzanera e a mano a mano che è pronta lasciatela a bagno in una ciotola con acqua fresca intorpidita dell'altro mezzo limone. Quando l'acqua alzerà il bollore immergeteci dentro la verdura tagliata a grossi pezzettoni incoperchiate e lasciate cuocere per 30 minuti. In questa stessa acqua potete lessarci per circa dieci minuti le uova poi preoccupatevi di raffreddarli appena cotti sott'acqua fredda e di sgusciarli. Scolate la scorzanera e lasciatela asciugare su un panno di stoffa camustra e appena tiepida affettatela di uno spessore di appena 3 millimetri. In un tegame a parte sciogliete del burro impastato con 10 grammi di farina di grano duro mescolando continuamente. Poi sempre mescolando fate scendere a filo la panna portate ad ebollizione e aggiungete il mezzo dado per il bordo sbriciolato sempre mescolando. Ponete la scorzanera nel recipiente e mescolate lasciandola insaporire per 10 minuti spolverizzandoci sopras una bella grattata di noce moscata. Tritate intanto l'uovo sodo. Versate la preparazione sul piatto di portata caldo e guarnite col trito d'uovo e col prezzemolo tutt'intorno. Continua...
Radicchio di campo e pancetta affumicata »
Mettete a bollire un tegame con dell'acqua e nell'attesa del bollore andate a pulirvi i radicchi e mondateli ben bene finché non saranno netti del terriccio. Appena l'acqua ha raggiunto il bollore tuffateci dentro i radicchi e lasciateli bollire per 20 minuti a coperchio aperto. Fate rosolare la cipolla con la pancetta in quattro cucchiaiate di olio e nel frattempo che si è freddato il corpo dei radicchi strizzateli alla meglio anche con le mani stando bene attenti che non sbriciolino ed uniteli al soffritto insaporendoli a fuoco dolce per 10 minuti. Continua...
Porri Vestiti al Forno »
I porri debbono anzitutto esser tutti belli grossi di ugual dimensione; scaldati in un filo d'acqua vanno mondati della prima e seconda pellicina; tagliate le loro radici e la parte superiore verde, conservando per questa preparazione solo la parte bianchissima, lunga circa sedici centimetri; lavateli ulteriormente e tornate nuovamente a bollirli in acqua leggermente salata per circa un quarto d'ora. Alla ripresa del bollore tirateli fuori col mestolo forato e lasciateli asciugare su carta da cucina. Appena tiepidi sappiate strizzarli ben bene magari con le mani senza doverli sfarinare e avvolgeteli in un fettina di prosciutto e sistemateli in un tegame da forno precedentemente imburrato. Cospargete di grana grattugiato e coi 50 grammi di burro che ancora vi restano e la farina ed il latte andate a prepararvi una bella morbida besciamella; fuor dal fuoco insaporitela e aromatizzatela con noce moscata. Coprite i porri con questa salsa e col parmigiano mescolato al provolone sbriciolato. Passate la preparazione al forno già bello caldo a 200° ed ivi lasciandocela per 15 minuti sino a quando risulterà gratinata alla perfezione. Poi servite con del vino rosso corposo. Continua...
Sfogliata appetitosa »
La pastasfoglia dev'esser scongelata a temperatura ambiente; nel frattempo nettate e tagliate a fettine sottilissime le cipolle ; in un tegame a fondo leggero fate sciogliere a fuoco dolce del burro e uniteci le cipolle con l'alloro salate leggermente e pepate a piacere e inumidite con dell'acqua calda; coprite il recipiente e lasciate cuocere per circa mezz'ora. Intanto che i fornelli restano a lavorare sugli ingredienti in un altro tegame fate croccare e tostare la bella pancetta senza alcun condimento. Appena le cipolle son cotte spolverizzate con della farina passata attraverso un efficiente colino, mescolate bene e fate asciugare il sugo nel caso si presentasse troppo liquido. In un altra ciotola ancora sbattette le uova con il latte, la presa di sale, una manciata di pepe e quindi uniteci il provolone dolce nient' affatto piccante, grattugiato. Con la pasta stesa ad uno spessore di pochi millimetri foderateci il fondo della pirofila sbordata di modo che possa, generosa, accogliere il resto dell'impasto. Infornate per 45 minuti a 180°: servite in tavola tiepeido con dell'acqua tonica e del buon passito rosso. Continua...
Coppe tropicali »
Tagliate a rondelle la banana sbucciata e invece a a pezzetti le fette di ananas; diluite il miele con due cucchiai d'acqua calda e versateli sulla frutta, mescolando. Unite il rhum e lasciate che macerino per circa mezz'ora e non di più. Passate tutto al frullatore e riducete dunque in crema; lasciate che il gelato ammorbidisca fuori dal frigo per circa un quarto d'ora e lavorandolo con un cucchiaio di legno mescolateci dentro la fruttina zuccherina, e lo yogurt. Ponete tutto in freezer per mezz'ora e servite in tavola guarnite appositamente con le cialde e mezza bella e gialla fetta d'ananas. Continua...
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